La chiave sotto lo zerbino, spiegata a Bruxelles

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Nell’anno in cui l’Europa ha deciso di guardare dentro i nostri appartamenti con Affordable Housing Act

Quando un dipendente in trasferta lunga chiede, a volte con un certo imbarazzo, se per le prossime sei settimane si possa evitare l’ennesima colazione a buffet servita da un cameriere che non ricorderà mai il suo nome, chiede, in sostanza, una cucina, un divano che non sia lo stesso di duecento altre camere identiche. Una via di casa, anche se casa è a settecento chilometri di distanza. È in quel momento che l’affitto breve diventa uno strumento di lavoro.

Bruxelles, il 9 settembre, presenterà una proposta che promette di complicare questa storia, o forse solo di renderla più onesta. Si chiama Affordable Housing Act, un nome che suona come una buona intenzione travestita da regolamento, e nella sostanza dà a Stati, regioni e comuni la possibilità di limitare, in alcune zone, gli affitti brevi e persino l’acquisto di case che non siano prima abitazione. Le zone in questione sono quelle dove il rapporto tra il prezzo di una casa e il reddito disponibile supera una certa soglia, e dove questa distanza cresce da anni senza segni di rallentamento. Detto in altre parole: le città che i travel manager conoscono meglio di chiunque altro, perché sono le stesse in cui prenotano più notti. Milano, Firenze, Roma, Venezia. I luoghi dove il lavoro chiama e la casa, per chi ci abita, comincia a costare come un lusso.

Il paradosso che conosciamo tutti

La contraddizione per chi si occupa di viaggi d’affari è quando incontra il parere che dice: l’affitto breve nasce per il turista di passaggio e finisce per essere abitato, quasi ovunque, da chi lavora. Il consulente che segue un progetto trimestrale, il tecnico che installa un impianto, il manager che apre una sede. Non fotografano il Colosseo, non cercano la vista sul Duomo: cercano la lavatrice, il tavolo dove aprire il portatile, un quartiere dove tornare senza dover attraversare mezza città dopo una giornata di dieci ore. Eppure, agli occhi della statistica e spesso della politica, questi soggiorni finiscono nello stesso calderone del turismo mordi e fuggi che svuota i centri storici e riempie le valigie a rotelle sui sampietrini.

È qui che la proposta europea, ancora bozza, ancora suscettibile di essere riscritta nei prossimi mesi tra Parlamento e Consiglio, tocca un nervo che riguarda direttamente chi fa il nostro mestiere. Se una città viene dichiarata sotto stress abitativo, e decide di esercitare la facoltà che l’Europa le concederebbe, il travel manager potrebbe trovarsi a dover ripensare intere policy di trasferta. E’ la stessa logica, applicata su scala europea, che alcune amministrazioni locali già inseguono da anni con strumenti più deboli e meno coordinati.

L’albergo e il serviced apartment

C’è poi l’altro lato della stanza, quello degli alberghi, che a questa proposta guardano con un misto di sollievo e cautela che sarebbe ingeneroso non raccontare. Per anni il settore alberghiero ha lamentato una concorrenza asimmetrica: regole fiscali diverse, standard di sicurezza diversi, tasse di soggiorno spesso eluse, il tutto mentre gli affitti brevi crescevano a doppia cifra proprio nelle destinazioni di lavoro più richieste. Ora si trovano davanti a una regolamentazione che, se applicata, potrebbe restituire terreno competitivo. Ma sarebbe un errore leggerla come una vittoria a tavolino. Gli hotel, in questi anni, non sono rimasti fermi a guardare: hanno inventato il concetto di serviced apartment, hanno allungato la permanenza media, hanno imparato a offrire anche cucine attrezzate e aree living dentro strutture che restano, formalmente, alberghi. Hanno capito, prima di molti regolatori, che il viaggiatore d’affari non cerca uno status – hotel o casa – ma un servizio: qualcuno che risponda al telefono se la caldaia si rompe alle nove di sera, qualcuno che garantisca standard di sicurezza verificabili quando l’azienda deve rispondere di un dipendente lontano da casa.

Le città che si svuotano mentre altre si affollano

Chiunque prenoti trasferte da anni ha imparato a notare che non tutte le destinazioni raccontano la stessa storia. Mentre Firenze e Venezia discutono di come contenere un’offerta di affitti brevi ormai sproporzionata rispetto alla popolazione residente, esistono aree del Paese – piccoli centri, città medie dell’entroterra, distretti industriali fuori dalle rotte turistiche – dove l’affitto breve non toglie case a nessuno, semplicemente perché quelle case altrimenti resterebbero vuote. Sono i luoghi dove un manager in trasferta trova più facilmente un appartamento dignitoso che una camera d’albergo aperta tutto l’anno, perché l’albergo, in quelle zone, ha smesso di essere un business sostenibile molto prima che arrivasse qualunque piattaforma digitale.

Il rischio di una normativa pensata sulle grandi capitali del turismo, per quanto necessaria lì, è di non distinguere abbastanza tra chi specula su un mercato tirato e chi, semplicemente, tiene in vita un patrimonio immobiliare che la crisi demografica e lo spopolamento avrebbero altrimenti abbandonato. Per chi pianifica viaggi d’affari su tutto il territorio nazionale, questa distinzione non è un dettaglio tecnico: è la differenza tra trovare un alloggio a Reggio Emilia e non trovarlo affatto, o trovarlo solo a un prezzo che nessuna travel policy aziendale approverebbe.

Cosa resta, per chi deve decidere oggi

Non è compito di chi scrive prendere posizione su una misura che dovrà ancora attraversare mesi, forse anni, di negoziato europeo. Ma è compito di un consulente onesto segnalare che la direzione del vento sta cambiando, e che conviene guardarla in faccia prima che arrivi la raffica. Alcune considerazioni pratiche, per chi in questi mesi dovrà aggiornare le proprie policy di trasferta:

La prima è che la diversificazione geografica dei fornitori di alloggio andrà probabilmente ripensata come priorità strategica, non più solo come opportunità di risparmio. Avere accordi solidi sia con catene alberghiere sia con property manager professionali di serviced apartment, in più città e non solo nelle capitali del turismo, sarà una forma di prudenza contrattuale.

La seconda è che la compliance normativa locale, finora un tema quasi invisibile nella scelta di un alloggio breve, diventerà un criterio di selezione vero e proprio: sapere se un immobile rispetta le regole della zona in cui si trova non sarà più un dettaglio per il proprietario, ma una responsabilità che ricade, almeno in parte, su chi lo prenota per conto di un’azienda.

Bruxelles il 9 settembre metterà sul tavolo una bozza. Ma le bozze, quando toccano il modo in cui milioni di persone dormono lontano da casa per lavoro, meritano di essere lette con la stessa attenzione con cui si legge un contratto prima di firmarlo. Per rispetto verso chi, ogni sera, deve solo trovare la chiave sotto lo zerbino giusto.

Foto di Ivan S: https://www.pexels.com/it-it/foto/casa-erba-prato-parete-di-legno-8962339/

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