Parcheggi aziendali sotto pressione: quando lo spazio non basta più (e il car pooling diventa una leva di gestione)

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Per molte aziende il problema dei parcheggi emerge sempre nello stesso modo: quando i posti non bastano più.

Dipendenti che arrivano prima per trovare parcheggio, auto lasciate nelle aree limitrofe, richieste continue di nuovi stalli, tensioni tra chi dispone di un posto assegnato e chi deve cercarlo ogni mattina. A quel punto la soluzione sembra quasi obbligata: servono più parcheggi.

Ma è davvero così?

Perché aumentare i posti auto significa destinare altro spazio aziendale a una funzione che, per molte ore della giornata e soprattutto nei periodi di minore presenza, rimane inutilizzata. Significa sostenere costi di realizzazione, manutenzione, illuminazione, sicurezza e gestione. E soprattutto significa vincolare metri quadrati che l’azienda non potrà utilizzare per altre finalità.

Il punto, quindi, va oltre il parcheggio: riguarda come l’azienda gestisce la domanda di mobilità che ogni mattina arriva davanti ai propri cancelli.

Ed è proprio qui che il car pooling può cambiare l’equazione.

Il paradosso del parcheggio aziendale

Un parcheggio aziendale viene normalmente dimensionato pensando al numero di auto da accogliere. È una logica comprensibile, ma parte dalla domanda sbagliata.

Se 500 collaboratori raggiungono ogni giorno una sede prevalentemente da soli in automobile, l’azienda tenderà a ragionare sulla necessità di avvicinarsi a 500 posti auto.

Ma il bisogno reale è trasportare 500 persone, non parcheggiare 500 automobili!

La differenza sembra sottile. In realtà cambia completamente il modo di affrontare il problema.

Quando due o tre colleghi che percorrono tragitti compatibili condividono un’auto, non si sta semplicemente promuovendo una modalità di trasporto più sostenibile. Si sta riducendo fisicamente il numero di veicoli che devono entrare nella sede e, di conseguenza, la pressione sull’infrastruttura di parcheggio.

È un passaggio importante, perché consente di spostare l’attenzione dalla continua ricerca di nuovi spazi alla gestione più intelligente di quelli già disponibili.

Quanto costa davvero un posto auto all’azienda?

Il parcheggio viene spesso percepito come uno spazio “che c’è”. Soprattutto quando si trova all’interno di un’area di proprietà, il suo costo tende a diventare quasi invisibile.

Eppure quello spazio ha un valore.

Un’area destinata a parcheggio non può essere contemporaneamente utilizzata per ampliare uno stabilimento, creare nuove aree operative, migliorare gli spazi dedicati ai collaboratori, realizzare infrastrutture per la mobilità ciclabile, introdurre aree verdi o essere destinata ad altri progetti aziendali.

A questo si aggiungono i costi diretti: manutenzione della pavimentazione, segnaletica, illuminazione, videosorveglianza, controllo degli accessi, pulizia, gestione amministrativa e, nei parcheggi strutturati, costi infrastrutturali ancora più rilevanti.

E quando lo spazio termina, il problema cambia scala.

Acquisire nuove aree, affittare parcheggi esterni, organizzare navette da parcheggi remoti o realizzare nuove strutture significa trasformare una criticità apparentemente operativa in una decisione di investimento.

Prima di costruire nuovi posti auto, quindi, sarebbe utile porsi un’altra domanda: quante delle auto che oggi occupano quei posti potrebbero non arrivare affatto?

Il problema non è solo quanti parcheggi abbiamo, ma come vengono utilizzati

C’è poi un secondo livello di complessità.

La domanda di parcheggio non è costante.

Smart working, turnazioni, trasferte, ferie, riunioni esterne e differenti orari di ingresso fanno sì che la presenza cambi continuamente. Un parcheggio può essere saturo il martedì alle 9.00 e avere decine di posti disponibili il venerdì.

Per l’azienda significa dover dimensionare un’infrastruttura sulla base dei picchi di domanda, non dell’utilizzo medio.

Ed è proprio il picco a costare.

Se la risposta aziendale consiste esclusivamente nell’aumentare l’offerta di parcheggio, si rischia di costruire spazio sufficiente per gestire poche ore critiche della settimana, lasciandolo sottoutilizzato per tutto il resto del tempo.

Una strategia di mobilità più evoluta lavora invece sull’altra parte dell’equazione: ridurre e distribuire meglio la domanda.

Il car pooling non è solo una misura di sostenibilità

È probabilmente qui che il car pooling viene ancora sottovalutato.

Nelle politiche aziendali viene spesso presentato come iniziativa ESG: meno automobili, meno emissioni, comportamenti più sostenibili.

Tutto corretto. Ma è una lettura parziale.

Per un Mobility Manager il car pooling può diventare soprattutto uno strumento di capacity management.

Immaginiamo una sede nella quale 600 persone arrivino mediamente in automobile e il tasso medio di occupazione sia poco superiore a una persona per veicolo. Non serve convincere tutta la popolazione aziendale a cambiare abitudini per produrre un risultato.

Anche spostare una parte dei tragitti da “una persona = un’auto” a “due persone = un’auto” può liberare quotidianamente decine di posti.

A quel punto il risultato diventa misurabile: posti auto liberati, riduzione dei picchi di saturazione, minore necessità di nuovi investimenti e spazio restituito all’azienda.

La sostenibilità rimane. Ma diventa la conseguenza di un modello di mobilità più efficiente, non l’unico motivo per adottarlo.

Perché mettere a disposizione un’app non basta

Qui arriva però la parte più difficile.

Il car pooling aziendale non funziona semplicemente perché l’azienda acquista una piattaforma e manda una comunicazione ai dipendenti.

Per condividere l’auto devono verificarsi condizioni molto concrete: colleghi che abitano in aree compatibili, orari sufficientemente simili, possibilità di gestire variazioni e imprevisti e, soprattutto, la percezione che condividere il viaggio sia semplice e conveniente.

Per questo il punto di partenza dovrebbe essere l’analisi della mobilità reale della popolazione aziendale.

Da quali aree arrivano i collaboratori? Quali sono i principali bacini di provenienza? In quali fasce orarie si concentrano gli ingressi? Dove esistono le maggiori sovrapposizioni di percorso? Quali gruppi hanno maggiore probabilità di generare equipaggi stabili?

Sono dati che una buona indagine sugli spostamenti casa-lavoro può già mettere a disposizione.

A quel punto il car pooling smette di essere una campagna generica e diventa un progetto costruito sulla domanda reale.

E se il parcheggio diventasse parte dell’incentivo?

C’è poi una leva che le aziende possono utilizzare e che collega direttamente il comportamento desiderato al problema che si vuole risolvere.

Il posto auto.

Se il parcheggio è una risorsa scarsa, perché gestirlo come se avesse lo stesso valore indipendentemente da come viene utilizzato?

Posti riservati agli equipaggi di car pooling, aree più vicine agli ingressi, sistemi di prenotazione che riconoscano priorità alle auto condivise o meccanismi premianti possono trasformare il parcheggio stesso in uno strumento di mobility management.

Il messaggio cambia.

Non si chiede semplicemente al collaboratore di condividere l’auto “per essere più sostenibile”. Gli si offre un vantaggio concreto in cambio di un comportamento che produce un beneficio altrettanto concreto per l’organizzazione.

Ed è spesso questa reciprocità a rendere una misura realmente adottata.

Dal conteggio dei posti alla governance della mobilità

Il passaggio più interessante avviene quando l’azienda smette di misurare il progetto esclusivamente attraverso il numero di utenti iscritti alla piattaforma.

Le metriche utili diventano altre: quante auto entrano ogni giorno nella sede? Qual è il tasso medio di occupazione? Quanti equipaggi condivisi vengono generati? Quanto si è ridotto il picco di saturazione? Quanti posti sono stati liberati? Quale investimento infrastrutturale è stato evitato o rinviato?

A quel punto anche il dialogo con il management cambia.

Dire che “150 dipendenti utilizzano il car pooling” racconta un’iniziativa.

Dimostrare che il progetto ha ridotto del 12% le auto presenti nelle giornate di picco e ha evitato la necessità di ampliare il parcheggio racconta valore.

Ed è esattamente la direzione nella quale dovrebbe muoversi il Mobility Manager: collegare le scelte di mobilità a risultati comprensibili anche per Facility, HR, Sustainability e soprattutto Finance.

Prima di costruire un nuovo parcheggio, proviamo a togliere qualche auto

La scarsità di parcheggi non è necessariamente un problema immobiliare.

Può essere il sintomo di un modello di mobilità nel quale troppe persone raggiungono lo stesso luogo, negli stessi orari, utilizzando individualmente lo stesso mezzo.

Costruire nuovi parcheggi interviene sull’effetto. Gestire meglio gli spostamenti interviene sulla causa.

Il car pooling, se progettato sulla base dei dati, integrato nella gestione degli accessi e sostenuto da incentivi realmente utili, può quindi fare molto più che ridurre le emissioni.

Può liberare spazio, ridurre costi, migliorare l’accessibilità della sede e soprattutto evitare che l’azienda continui a destinare metri quadrati e investimenti crescenti a contenere automobili che, almeno in parte, potrebbero semplicemente non avere bisogno di arrivare.

Foto Pexel KindelMedia https://www.pexels.com/it-it/foto/parcheggio-fotografia-aerea-ripresa-da-drone-9716297/

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