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ToggleTra aumenti record, nuove regole e incassi miliardari, le tasse di soggiorno più care in Italia sono ormai una voce strutturale nei costi del business travel: ecco dove impatta di più sui budget aziendali
Per anni la tassa di soggiorno è stata considerata poco più di un fastidio amministrativo, una cifra contenuta da pagare al check-out e da archiviare in nota spese. Oggi il numero dei Comuni che applicano l’imposta cresce ogni anno e le tariffe stanno salendo in modo significativo, spinte anche dalle recenti leggi di bilancio che hanno concesso agli enti locali maggiori margini di aumento. Secondo le stime dell’Osservatorio nazionale sulla tassa di soggiorno di Jfc, nel 2026 il gettito complessivo supererà 1,3 miliardi di euro, con una crescita superiore al 9% rispetto all’anno precedente. Una parte di questi incassi, inoltre, non resterà più interamente ai Comuni ma confluirà anche nelle casse dello Stato. Tradotto in ottica travel management: quella che una volta era una spesa marginale oggi è una voce strutturale che, moltiplicata per decine o centinaia di trasferte all’anno, incide in modo concreto sui budget aziendali.
Roma: il primato degli incassi e una pressione costante sui soggiorni business
Roma guida ormai da tempo la classifica degli incassi nazionali legati alla tassa di soggiorno, con entrate che hanno superato i 300 milioni di euro annui. Nella Capitale le tariffe più alte arrivano da anni a 10 euro per notte negli hotel di fascia alta, mentre anche le strutture medie applicano importi tutt’altro che trascurabili. Considerando che Roma è una destinazione chiave per conferenze, pubblica amministrazione, grandi aziende e multinazionali, il peso dell’imposta sui viaggi d’affari è enorme. Trasferte di medio periodo, tipiche dei progetti consulenziali o dei cantieri corporate, possono generare decine di euro extra per ogni singolo dipendente. Moltiplicando per team interi e periodi prolungati, la tassa di soggiorno diventa una delle voci “silenziose” che erodono il budget travel senza che molte aziende se ne accorgano davvero.
Tassa di soggiorno a Milano: la capitale business che ormai viaggia ai livelli di Roma
Milano è diventata una delle città più onerose d’Italia sul fronte della tassa di soggiorno, soprattutto dopo gli ultimi aumenti collegati anche alle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina del 2026. Il tetto massimo ha raggiunto i 10 euro a notte, allineandosi di fatto alla Capitale. Questo significa che un manager in trasferta per una settimana in un hotel corporate di buon livello può arrivare a pagare anche 70 euro solo di imposta locale, da aggiungere al costo camera. Ma l’impatto vero si vede sui volumi: Milano è una delle città più frequentate dal business travel in Italia e registra ormai oltre 150 milioni di euro annui di gettito da tassa di soggiorno. Per un’azienda con team che si muovono regolarmente su Milano per meeting, consulenze o progetti, questa voce può facilmente trasformarsi in diverse migliaia di euro all’anno, spesso sottostimati nei forecast di spesa.
Firenze e Bologna: città più piccole, ma costi sempre più simili alle metropoli
Anche centri come Firenze e Bologna stanno avvicinando rapidamente le proprie tariffe a quelle delle grandi città. Firenze applica ormai importi che arrivano a 8 euro a notte nelle strutture di fascia alta, mentre Bologna ha superato i 7 euro in diversi scaglioni tariffari. Per chi viaggia per lavoro queste città non sono mete occasionali: fiere internazionali, università, distretti industriali e hub logistici attirano costantemente professionisti e aziende. Il risultato è che anche soggiorni relativamente brevi iniziano ad avere un impatto economico rilevante. Un dipendente in trasferta per quattro o cinque notti può facilmente accumulare 30–40 euro solo di tassa locale, cifra che su base annua diventa importante per le aziende ad alta mobilità.
Venezia: tra tassa di soggiorno e politiche anti-overtourism
Venezia rappresenta un caso particolare. Oltre alla tassa di soggiorno – che nelle strutture di fascia alta può arrivare anch’essa vicino ai 10 euro a notte – la città ha introdotto negli ultimi anni anche contributi d’accesso per i visitatori giornalieri, nel tentativo di gestire il fenomeno dell’overtourism. Per il business travel questo significa una doppia attenzione: da un lato l’imposta alberghiera incide direttamente sui pernottamenti, dall’altro il contesto normativo in continua evoluzione rende la pianificazione delle trasferte più complessa. Anche qui, soggiorni di lavoro di più giorni possono generare costi extra importanti, soprattutto nei periodi di alta stagione o in occasione di eventi fieristici e congressuali.
Napoli e le altre città in crescita: la pressione fiscale si allarga
Non sono solo le grandi capitali del turismo a pesare sui budget aziendali. Napoli, ad esempio, ha portato la tassa fino a 5 euro per notte nelle strutture di fascia alta, con importi progressivi anche per hotel medi e B&B. Palermo, Siena, Portofino e molte altre città stanno seguendo la stessa direzione, spesso con sistemi proporzionati alla categoria dell’alloggio. Parallelamente cresce il numero di Comuni che introducono per la prima volta l’imposta: oltre 1.400 enti locali ormai la applicano e altri stanno valutando aumenti o nuove attivazioni. Il risultato è che oggi quasi ogni trasferta in Italia comporta un costo aggiuntivo fisso che le aziende non possono più ignorare.
L’effetto moltiplicatore delle tasse di soggiorno più care in Italia sulle trasferte frequenti
Il vero problema per il travel management non è il singolo euro in più a notte, ma l’effetto cumulativo. Immaginiamo un’azienda con dieci dipendenti che viaggiano regolarmente tra Milano, Roma e Firenze, con una media di cinque notti al mese ciascuno. Con tariffe comprese tra 7 e 10 euro a notte, la tassa di soggiorno può facilmente superare i 4.000–5.000 euro annui solo per questo piccolo gruppo. Su realtà più grandi, con decine o centinaia di trasferte mensili, si parla di decine di migliaia di euro l’anno. Una cifra che spesso non viene monitorata separatamente, ma che incide in modo diretto sul costo reale del business travel.
Alla luce degli aumenti previsti per il 2026 e della continua espansione del numero di Comuni coinvolti, l’imposta di soggiorno non può più essere trattata come una voce secondaria. I travel manager più evoluti stanno iniziando a inserirla nei modelli previsionali, distinguendola per città e per tipologia di struttura ricettiva. Questo permette di avere budget più realistici, di negoziare meglio le tariffe corporate con gli hotel e di evitare scostamenti imprevisti a fine anno. In alcuni casi, infatti, includere la tassa nella trattativa con le strutture può diventare una leva per ottenere condizioni migliori o pacchetti più trasparenti per le aziende.
La tassa di soggiorno è entrata ormai in una nuova fase: da strumento locale per finanziare il turismo a vera e propria leva fiscale che muove oltre un miliardo di euro l’anno. Milano, Roma, Firenze, Venezia, Bologna e Napoli sono oggi le città dove l’impatto sui viaggi d’affari è più evidente, ma il fenomeno si sta estendendo rapidamente a tutta Italia. Per le aziende ad alta mobilità, ignorarla significa sottovalutare una parte crescente dei costi di trasferta. Per chi gestisce travel policy e budgeting, invece, diventa una variabile da monitorare con la stessa attenzione di voli e hotel. Perché nel business travel moderno, anche le “piccole voci” fanno ormai una grande differenza.
Photo credit: Hernan Berwart








