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ToggleNel corso del Lufthansa Group Interactions Day, il filosofo della biologia Telmo Pievani ha ripercorso la storia evolutiva della nostra specie per interrogarsi sul rapporto tra mobilità, creatività e intelligenza artificiale. Una riflessione che, nell’anno del centenario Lufthansa, restituisce al viaggio il suo significato più profondo: generare trasformazione.
Che cosa significa davvero viaggiare?
La domanda può apparire sorprendente in un settore abituato a misurare connessioni, frequenze, coefficienti di riempimento, puntualità e performance operative. Eppure, è proprio da qui che Telmo Pievani ha scelto di partire durante il Lufthansa Group Interactions Day di Milano, offrendo una riflessione capace di superare il perimetro della tecnologia e di riportare il viaggio alla sua dimensione più profonda: quella evolutiva.
Filosofo della biologia, evoluzionista e divulgatore scientifico, Pievani ha invitato la platea a compiere un salto temporale di centinaia di migliaia di anni. Molto prima delle infrastrutture, delle reti globali e delle piattaforme digitali, esisteva già qualcosa che avrebbe definito il destino della nostra specie: il movimento.
Per comprendere il futuro, ha spiegato lo studioso, occorre tornare alle origini. E le origini dell’umanità raccontano una storia di partenze.
La specie che ha scelto il movimento
L’Homo sapiens nasce in Africa circa 300 mila anni fa. Da quel momento inizia una straordinaria avventura collettiva che porterà piccoli gruppi di esseri umani a occupare progressivamente ogni ambiente del pianeta. Attraversare deserti, superare catene montuose, esplorare territori sconosciuti, affrontare mari dei quali non si riusciva neppure a intravedere la sponda opposta: il viaggio, ricorda Pievani, non costituisce una parentesi nella storia dell’umanità. Ne rappresenta il tratto distintivo.
L’essere umano è diventato ciò che è proprio perché ha continuato a spostarsi.
La mobilità ha plasmato il nostro cervello, selezionando individui capaci di adattarsi a contesti differenti, di apprendere rapidamente, di modificare i propri comportamenti e di reinterpretare continuamente la realtà circostante. Migrare ha significato sviluppare flessibilità cognitiva. Ha significato imparare a convivere con l’incertezza.
In altre parole, ha significato evolvere.
Questa prospettiva offre una chiave di lettura particolarmente interessante anche per il presente. In un tempo nel quale la tecnologia sembra comprimere le distanze e rendere superfluo lo spostamento fisico, Pievani ricorda implicitamente che il viaggio continua a essere una delle esperienze più trasformative a disposizione dell’essere umano.
Perché spostarsi implica inevitabilmente uscire dai propri schemi.
Ed è proprio ai margini delle abitudini consolidate che nasce l’innovazione.
L’imperfezione come origine della creatività
Uno dei passaggi più affascinanti dell’intervento riguarda il concetto di imperfezione.
La cultura contemporanea tende spesso ad associare il progresso all’idea di perfezione: sistemi più efficienti, processi ottimizzati, algoritmi capaci di ridurre l’errore. L’evoluzione biologica racconta una storia diversa.
Secondo Pievani, la natura non procede come un ingegnere che progetta da zero una macchina ideale. L’evoluzione lavora piuttosto come un artigiano. Riutilizza ciò che esiste già, modifica, adatta, sperimenta, trova compromessi. È un grande processo di “bricolage”, nel quale la soluzione perfetta semplicemente non esiste.
Anche il cervello umano nasce da questa logica.
La nostra specie possiede infatti un cervello straordinariamente potente proprio perché profondamente incompiuto. I bambini umani vengono al mondo in una condizione di eccezionale vulnerabilità; gran parte dello sviluppo cerebrale avviene dopo la nascita, mantenendo per tutta la vita una sorprendente capacità di apprendimento.
La neuroplasticità, ricordata più volte da Pievani, rappresenta forse la più grande risorsa evolutiva della nostra specie.
“Siamo esseri incompleti. Ed è precisamente questa incompiutezza che ci rende creativi.”
Perché la creatività nasce quando si è costretti a trovare strade nuove. Nasce quando l’ambiente cambia. Nasce quando i modelli precedenti non risultano più sufficienti.
In questo senso, l’innovazione non costituisce un semplice prodotto della tecnologia. È anzitutto una qualità profondamente umana.
Viaggiare significa immaginare
Tra i molti spunti proposti da Pievani, uno appare particolarmente suggestivo.
Come hanno fatto i nostri antenati ad attraversare il mare per raggiungere terre invisibili all’orizzonte? Come è stato possibile organizzare spedizioni, coordinare gruppi, pianificare strategie di sopravvivenza in ambienti sconosciuti?
La risposta dello studioso è tanto semplice quanto potente: grazie all’immaginazione.
Prima ancora di costruire imbarcazioni, l’essere umano ha dovuto immaginare ciò che non poteva vedere. Ha dovuto raccontare agli altri una storia plausibile sul futuro. Ha dovuto condividere una visione.
L’evoluzione umana, suggerisce Pievani, è inseparabile dalla capacità di generare significati collettivi.
Da qui nasce l’intelligenza simbolica: la facoltà di attribuire senso all’esperienza, di utilizzare il linguaggio per creare mondi possibili, di trasformare l’ignoto in una prospettiva condivisa.
È una riflessione che assume una particolare rilevanza nell’epoca dell’intelligenza artificiale.
Le macchine possono riconoscere schemi, elaborare enormi quantità di dati, generare contenuti e supportare decisioni complesse. Tuttavia, osserva Pievani, rimangono profondamente diverse dall’intelligenza umana. Non possiedono esperienza vissuta, non conoscono la finitudine, non costruiscono significati attraverso la memoria personale e collettiva.
Soprattutto, non viaggiano.
E forse proprio il viaggio continua a rappresentare una delle più alte espressioni dell’immaginazione umana.
Ogni partenza implica infatti un esercizio creativo: immaginare scenari futuri, costruire relazioni, accettare l’imprevisto, confrontarsi con l’alterità.
Il valore economico dell’incontro
Questa prospettiva assume un significato particolare anche per il business travel.
Negli ultimi anni la diffusione delle piattaforme digitali ha moltiplicato le opportunità di collaborazione a distanza. Parallelamente, imprese e organizzazioni hanno progressivamente riscoperto il valore strategico della presenza fisica.
L’incontro diretto continua, infatti, a generare qualcosa che nessuna piattaforma è ancora riuscita a replicare integralmente: fiducia, contaminazione culturale, creatività condivisa.
Le idee nascono raramente in contesti perfettamente prevedibili. Più spesso emergono negli spazi di confine, negli scambi informali, nelle conversazioni inattese, nell’esperienza concreta dell’altro.
Anche da un punto di vista economico, il viaggio resta quindi un formidabile acceleratore di innovazione.
Il prossimo secolo della gru
Nel celebrare il proprio centenario, Lufthansa ripercorre inevitabilmente un secolo di straordinarie trasformazioni tecnologiche. Dall’aviazione pionieristica agli hub globali, dalla rivoluzione del jet alla digitalizzazione dei servizi, il gruppo ha accompagnato l’evoluzione della mobilità internazionale contribuendo a ridisegnare il modo in cui persone, imprese e mercati entrano in relazione.
La riflessione proposta da Telmo Pievani suggerisce tuttavia una prospettiva ancora più ampia.
Se l’essere umano si è evoluto grazie al viaggio, alla curiosità e alla capacità di immaginare l’invisibile, allora collegare luoghi significa, in ultima analisi, favorire l’evoluzione stessa delle società.
Nei prossimi cento anni gli aeromobili saranno probabilmente più sostenibili, i processi sempre più automatizzati e l’intelligenza artificiale accompagnerà molte delle esperienze di viaggio.
Resterà però immutata la ragione profonda per cui continuiamo a partire.
Perché ogni viaggio, oggi come centinaia di migliaia di anni fa, rappresenta prima di tutto un incontro con ciò che ancora non conosciamo.
Ed è precisamente in quell’incontro che l’umanità continua a reinventare sé stessa.
















