La mobilità aziendale è un’orchestra. E noi dobbiamo imparare a dirigerla

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Alla Convention AITMM del 12 giugno, William Gandolfi – Vicepresidente AITMM -ha aperto i lavori con uno speech che resterà. Non solo per quello che ha detto, ma per come lo ha detto e per quello che ha fatto sentire a chi c’era in sala.

Ci sono momenti in cui entri in una sala e senti che stai assistendo a qualcosa di più di un convegno di settore. La Convention AITMM di venerdì 12 giugno è stata uno di quei momenti. Non solo per la qualità dei contenuti – che era eccellente – ma per la qualità delle persone che li hanno portati. Per me che seguo questo mondo da anni, è stata una giornata che ha confermato qualcosa che sapevo ma che ho voluto risentire ad alta voce: le persone che oggi orientano la mobilità aziendale sono cresciute. Sono diventate strateghe, visionarie, architette di sistemi complessi. E fanno sistema tra loro, con una consapevolezza e una maturità professionale che fa davvero ben sperare.

Ha aperto i lavori William Gandolfi, Vicepresidente di AITMM — Associazione Italiana Travel e Mobility Manager. E il suo speech è stato, semplicemente, il tipo di apertura che vorresti sentire sempre: lucida, umana, elegante nella sua complessità.

Il sistema intelligente, integrato e sistemico

Gandolfi ha iniziato con un’immagine. Due persone. Stesso giorno. Stessa destinazione. Stessa azienda, probabilmente. Eppure, vissuti completamente diversi.

«La prima si destreggia tra portali diversi, approvazioni lente, e-mail, fogli Excel. La seconda apre il telefono. Chiede. E tutto è già lì: ottimizzato, sicuro, coerente.»

Non è una metafora tecnica. È una metafora umana. E Gandolfi ci ha subito sgomberato il campo dall’equivoco più comune: il cambiamento in atto nella mobilità non è solo tecnologico. È strutturale. È culturale. È, soprattutto, sistemico.

Per anni, ci ha ricordato, abbiamo pensato alla mobilità aziendale come a un processo lineare — prenotare, viaggiare, rendicontare, analizzare. Un flusso con un inizio e una fine. Pulito, controllabile, misurabile. Ma quella visione appartiene a un’altra epoca.

«Oggi non è più così. Dietro ogni prenotazione c’è una persona. Qualcuno che parte per chiudere un contratto. Qualcuno che rischia di perdere il compleanno di un figlio. Qualcuno che attraversa il mondo portandosi addosso pressione, obiettivi, aspettative.»

È un cambiamento di prospettiva radicale, e non banale da fare. Significa che quando parliamo di mobilità, non stiamo parlando di logistica. Stiamo parlando di esperienza umana. Di sicurezza, sostenibilità, efficienza, visione e strategia. Il viaggio aziendale non è mai solo un viaggio.

Intelligenza senza integrazione è complessità che si accumula

La parola “intelligenza” è forse la più abusata del decennio. Intelligenza artificiale, sistemi intelligenti, scelte intelligenti. Gandolfi ci ha invitato a fare un passo indietro — o meglio, uno in avanti, verso una domanda più scomoda.

«Parliamo molto di intelligenza artificiale. Ma quello che mi chiedo e vi chiedo è: siamo pronti a essere intelligenti?»

Perché senza integrazione e senza visione, l’intelligenza artificiale rischia di aggiungere solo un ulteriore livello di complessità. E la complessità, ha sottolineato con precisione quasi chirurgica, resta complessità. Non si trasforma in efficienza da sola.

Il concetto che ha introdotto subito dopo è quello che, a mio avviso, rappresenta il cuore concettuale dell’intero speech: il sistemico.

Essere sistemici non significa collegare strumenti tra loro. Non è un problema di integrazione tecnica — quello viene dopo. Significa pensare alle relazioni, non solo agli elementi. Significa capire che in un ecosistema davvero integrato:

  • ogni scelta ha un impatto su tutto il resto
  • ogni dato genera valore solo se è condiviso
  • ogni processo è parte di un flusso più ampio

Non si ottimizzano le singole parti. Si ottimizza il funzionamento dell’insieme.

È un salto epistemologico, non solo operativo. Il passaggio da “come funziona questo strumento?” a “come funziona tutto… quando questo strumento agisce?” cambia completamente il modo di progettare un travel program. E cambia il ruolo di chi lo gestisce.

Da gestori ad architetti. E non è solo un cambio di titolo.

Qui Gandolfi ha pronunciato la frase che, sono pronta a scommetterci, resterà nelle conversazioni di chi era in sala ancora per un bel po’.

«Per anni abbiamo pensato di essere gestori. Ma oggi non siamo più gestori. Siamo architetti. E questo cambia tutto.»

Un gestore ottimizza ciò che esiste. Un architetto progetta ciò che ancora non c’è. Decide come le cose devono funzionare. E soprattutto — aggiunta non scontata — decide cosa succede quando qualcosa non funziona.

Travel & Mobility Manager come architetti di sistemi, connessioni, esperienze. Non è una questione di ego professionale o di aspirazione. È una questione di responsabilità. Perché se ogni volta che il sistema non funziona si ferma un progetto, si rallenta una decisione, si complica la vita di qualcuno — allora chi progetta quel sistema ha un impatto reale, profondo, quasi invisibile, sulla capacità dell’azienda di muoversi nel mondo.

L’orchestra e il direttore

La metafora che ha attraversato tutto lo speech — e che è diventata la sua immagine più potente — è quella dell’orchestra.

«Ci sono tutti: compagnie aeree, hotel, TMC, piattaforme tecnologiche, dati. Ognuno è perfetto da solo. Ma senza direzione, senza guida… quello che producono non è musica. È rumore.»

Sistemi che non si parlano. Informazioni che arrivano in ritardo. Decisioni prese con dati parziali. Il rumore, ha detto Gandolfi, si sente nel modo in cui le persone vivono il viaggio. Non sempre è evidente subito. Ma si sente.

E allora il Travel & Mobility Manager deve avere l’ambizione di essere il direttore d’orchestra. Non suona gli strumenti — non è questo il punto. Decide il ritmo, l’equilibrio, le connessioni. E i silenzi. Perché anche i silenzi, in un’orchestra, sono musica.

«Ogni integrazione, ogni semplificazione, ogni scelta intelligente è una nota. E le persone che viaggiano… saranno quelle che ascoltano.»

È una delle immagini più belle che abbia sentito usare in questo settore. E funziona proprio perché non è solo una bella immagine. Nasconde una verità operativa: quando il sistema funziona davvero, non si nota. Come un’orchestra perfetta. Nessuno pensa agli strumenti. Nessuno pensa al direttore. Ma tutti… ascoltano la musica.

La vera domanda per i prossimi anni

Gandolfi ha chiuso con una riflessione che suona quasi come un manifesto.

«La vera differenza nei prossimi anni non la farà chi avrà più tecnologia. La farà chi saprà dare un senso alla tecnologia. Chi saprà trasformare complessità in semplicità. Dati in decisioni. Processi in esperienze.»

E ha riformulato la domanda che dovrebbe guidare ogni travel program:

«Non “come gestiamo la mobilità?” ma: che tipo di esperienza vogliamo abilitare? Che tipo di azienda vogliamo far muovere?»

Perché, ha concluso, «noi non stiamo solo progettando sistemi. Stiamo progettando come il mondo del lavoro si muoverà domani».

Una nota personale

Ero in sala quel venerdì, perché Travel for business festeggiava i suoi dieci anni con la Community. E lo dico con una soddisfazione che non è nostalgica, ma prospettica.

Ho visto crescere molte delle persone che oggi orientano la mobilità aziendale in Italia. Le ho viste nelle loro prime convention, nelle prime domande esitanti, nelle prime battaglie per far capire ai loro CFO che il travel management non è un centro di costo da comprimere ma una leva strategica da costruire. Le ho viste sbagliare, correggere, affinare. E ora le vedo — come Gandolfi — salire su un palco e dire cose vere, precise.

È il risultato di anni di lavoro, di confronto che porto avanti da 10 anni e che ha fatto della costruzione della comunità professionale dei travel mobility manager una missione seria. Queste persone fanno sistema. Si parlano, si sfidano, si integrano, esattamente come i sistemi di cui parlano.

E questo, forse, è il segnale più incoraggiante di tutti.

Se la mobilità aziendale deve diventare un sistema intelligente, integrato e sistemico — come ha detto Gandolfi — allora ha bisogno di persone che lo siano già. Persone che pensino alle relazioni, non solo agli elementi. Che progettino l’insieme, non solo le parti.

Venerdì 12 giugno, in quella sala, quelle persone c’erano.

E si sentiva.

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