Auto aziendale a uso promiscuo: dove inizia la tassazione

Auto aziendale a uso promiscuo

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Una recente risposta dell’Agenzia delle Entrate chiarisce come funziona davvero il fringe benefit sull’auto aziendale a uso promiscuo. La novità: un freno ai modelli “full cost sharing” troppo creativi.

Negli ultimi anni le car policy aziendali sono diventate sempre più sofisticate. Tra sostenibilità, elettrificazione delle flotte e modelli di condivisione dei costi con i dipendenti, molte aziende stanno cercando soluzioni flessibili per tenere sotto controllo i budget senza rinunciare al benefit dell’auto aziendale. Proprio in questo contesto si inserisce il recente chiarimento dell’Agenzia delle Entrate, che riporta il discorso su un punto molto concreto: l’esenzione fiscale sulle auto a uso promiscuo ha confini ben precisi e non può essere aggirata, anche quando il dipendente partecipa in modo significativo ai costi reali del veicolo.

Il principio di base resta quello fissato dall’articolo 51 del Tuir, che per i veicoli concessi anche per uso personale prevede una tassazione forfettaria fondata sui valori delle tabelle ACI. Quel valore convenzionale rappresenta, di fatto, il perimetro massimo entro cui il fringe benefit può essere neutralizzato attraverso trattenute in busta paga. Oltre quella soglia, qualsiasi cifra entra automaticamente nel reddito imponibile. 

Il caso Car Flexi e l’idea di far pagare tutto al dipendente

Il chiarimento dell’Agenzia delle Entrate nasce proprio da una car policy pensata per essere innovativa e sostenibile. Una società voleva offrire ai propri manager esclusivamente veicoli elettrici o ibridi plug-in, trasferendo però sul dipendente l’intero costo reale del mezzo. Il sistema prevedeva una trattenuta mensile pari al fringe benefit ACI e una copertura del resto del canone tramite riduzione del premio variabile annuale, con eventuale conguaglio diretto se il bonus non fosse bastato. In sostanza, il dipendente si sarebbe fatto carico al 100% del costo dell’auto, mentre l’azienda avrebbe solo gestito il contratto di noleggio. L’obiettivo era chiaro: nessun benefit “regalato” e nessuna imposizione fiscale. Ma il Fisco ha subito chiarito che questa impostazione non cambia le regole di fondo. La trattenuta che copre il valore ACI funziona e può azzerare il fringe benefit tassabile, ma tutta la parte che copre il costo reale oltre quel valore non rientra nel regime agevolato. Anche se il dipendente paga davvero quella somma, per il Fisco resta reddito imponibile, perché non è collegata al valore convenzionale stabilito dalla norma.

I numeri che spiegano perché molte car policy rischiano di costare di più del previsto

Per capire davvero l’impatto basta fare due conti concreti. Immaginiamo un’auto per cui il fringe benefit ACI annuo sia pari a 3.000 euro. Se il dipendente versa 250 euro al mese per coprire questa cifra, il benefit viene completamente neutralizzato e non compare alcuna tassazione. Fin qui tutto regolare. Ora però consideriamo un’auto elettrica con un canone reale di 600 euro al mese, quindi 7.200 euro annui. Dopo aver coperto i 3.000 euro ACI, restano 4.200 euro di costo reale. Se l’azienda li recupera dal premio variabile o con trattenute aggiuntive, dal punto di vista fiscale quei 4.200 euro non scompaiono: diventano reddito tassabile. Con aliquote medio-alte, il dipendente può arrivare facilmente a pagare oltre 1.800-2.000 euro di imposte su una spesa che ha già sostenuto di tasca propria. È qui che nasce il paradosso delle car policy “me la pago tutta”: economicamente sembrano eque, fiscalmente diventano penalizzanti. E questo effetto si amplifica proprio sulle flotte green, dove il divario tra costo reale e valore ACI tende a essere sempre più ampio.

La lezione per aziende e mobility manager: flessibilità sì, ma con simulazioni reali

Il messaggio che arriva dall’Agenzia delle Entrate è molto chiaro e ha conseguenze operative importanti. Le aziende possono costruire car policy flessibili, sostenibili e orientate alla responsabilizzazione dei dipendenti, ma non possono usare il contributo economico come strumento per azzerare la tassazione oltre i limiti previsti dalla legge. Il valore ACI resta il perimetro massimo dell’esenzione. Tutto ciò che lo supera entra automaticamente nel reddito. Per questo oggi progettare una flotta aziendale non significa solo scegliere motorizzazioni o modelli, ma fare vere e proprie simulazioni fiscali per capire l’impatto reale sulle persone. Una policy che sulla carta sembra conveniente può diventare molto costosa una volta applicate tasse e contributi. In un contesto in cui le aziende vogliono promuovere l’elettrico e la mobilità sostenibile, ignorare questi effetti rischia di ottenere l’effetto opposto: dipendenti meno propensi ad aderire ai programmi di auto aziendale e maggiore insoddisfazione sul welfare.

Photo credit: Tom Fisk

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