L’ultima indagine dell’Osservatorio BenEssere Felicità evidenzia il ruolo chiave del welfare aziendale nella soddisfazione dei dipendenti. In un contesto in cui il travel management assume un’importanza crescente, le aziende devono ripensare le proprie strategie per migliorare la qualità della vita lavorativa, soprattutto per chi viaggia per lavoro.
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ToggleLa felicità dei lavoratori è in calo, ma il welfare resta centrale
Il welfare aziendale resta uno dei trend del settore. Eppure possiamo notare delle evidenti evoluzioni in questo importante ambito. Tanto per iniziare, oggi il welfare aziendale non è più concepito come un pacchetto standard valido per tutti. D’altro canto il welfare non vive più solo nei buoni pasto o nei benefit. Il welfare vero è ciò che rende la vita lavorativa più sostenibile, più umana e più coerente con i bisogni reali delle persone. Ed è proprio per questo che oggi, se vogliamo parlare seriamente di benessere in azienda, non possiamo limitarci a mensa, buoni o convenzioni: dobbiamo guardare a tutta l’esperienza lavorativa. E se c’è un ambito che incide davvero sulla qualità della vita (e sull’umore) dei dipendenti, quello è senza dubbio il travel management.
E dentro questa esperienza, soprattutto per chi lavora in contesti dinamici, commerciali, consulenziali o manageriali, c’è un tema che pesa tantissimo e spesso viene sottovalutato: il travel management. Le trasferte non sono più un dettaglio operativo, né una variabile secondaria. Per molti dipendenti sono una routine vera e propria, un pezzo enorme della settimana, una componente che incide sul sonno, sull’energia mentale, sulle relazioni familiari e perfino sul modo in cui si percepisce l’azienda. Se la trasferta è gestita male, la persona non vive solo una scomodità: vive l’idea di non essere considerata. Se invece la trasferta è pensata bene, il dipendente sente di far parte di un sistema organizzato che lo sostiene.
È in questo scenario che si inserisce l’ultima indagine del 2025 dell’Osservatorio BenEssere Felicità, realizzata in collaborazione con Up Day. La ricerca non parla direttamente di business travel, ma ci dà un segnale chiarissimo: il welfare resta centrale, ma la felicità sul lavoro mostra un piccolo arretramento. E quando la soddisfazione cala, le aziende più lungimiranti non si chiedono “come faccio a motivare di più?”, ma “cosa posso migliorare nell’esperienza quotidiana?”. E per chi viaggia, il quotidiano è fatto di aeroporti, check-in, ritardi, procedure, hotel, rimborsi spese. Tutto ciò, volenti o nolenti, è welfare.
Felicità sul lavoro in calo: il welfare resta importante, ma non basta più “nominarlo”
l dato che colpisce di più è quello che riguarda la percezione del welfare: il 60% dei lavoratori lo considera un elemento essenziale per sentirsi soddisfatto del proprio lavoro. Non è poco: significa che le persone, oggi, non valutano il lavoro solo per lo stipendio o per il ruolo, ma anche per il “come” quel lavoro viene vissuto. In pratica, chiedono all’azienda un patto più maturo: ti do le mie competenze, il mio tempo, la mia energia; in cambio voglio un sistema organizzativo che mi aiuti a lavorare bene senza consumarmi.
Eppure, sempre secondo la ricerca, la felicità lavorativa complessiva è in lieve calo. Il punteggio medio scende da 3,24 su 5 nel 2024 a 3,09 nel 2025. Qui non stiamo parlando di una crisi, ma di un “raffreddamento” che dice molto. Perché spesso la felicità non cala a causa di un singolo problema enorme: cala per somma di tanti piccoli elementi. Carichi eccessivi, scarsa pianificazione, caos organizzativo, continue urgenze, obiettivi aggressivi, difficoltà di conciliazione, mancanza di supporto. E aggiungiamoci anche un altro fattore: le aspettative stanno cambiando. Oggi i lavoratori sono meno disposti a sacrificare tutto e a “stringere i denti”. Non perché siano meno motivati, ma perché hanno capito che la motivazione senza sostenibilità si trasforma in burnout.
In questo contesto, il welfare deve smettere di essere un “pacchetto di cose” e diventare un’architettura organizzativa: un modo intelligente di gestire persone, tempi, trasferte, strumenti e procedure. E se guardiamo ai business traveller, questo concetto diventa ancora più evidente: perché chi viaggia vive sulla pelle ogni inefficienza aziendale. La trasferta è una lente d’ingrandimento: se l’organizzazione funziona, funziona tutto. Se non funziona, lo capisci immediatamente.
Cosa cercano davvero i dipendenti: stipendio sì, ma anche flessibilità e crescita
Quando i lavoratori valutano un nuovo impiego, lo stipendio resta la priorità per il 48% degli intervistati. Ed è comprensibile: il costo della vita cresce, l’incertezza economica pesa e la retribuzione rimane un punto fermo. Ma la fotografia è più articolata, perché subito dopo vengono indicati fattori che raccontano un cambiamento culturale molto chiaro: flessibilità (22%) e opportunità di crescita (21%). In altre parole, le persone non cercano solo un lavoro “che paga”, ma un lavoro che si incastri con la vita e che dia prospettive. E questa è una trasformazione enorme.
Interessante anche il dato sul welfare: pur essendo percepito come importante, scende tra i criteri determinanti, citato dal 13% rispetto al 17% del 2024. Questa riduzione non significa che il welfare conti meno, anzi. Potremmo leggerla così: le persone sono diventate più disilluse e più attente alla concretezza. Se il welfare è fatto di promesse vaghe o benefit poco utilizzabili, allora perde valore. Se invece è reale, pratico, utilizzabile, diventa un punto di forza enorme.
E qui entra perfettamente il business travel. Perché spesso è proprio nei viaggi aziendali che il welfare si rivela per ciò che è: un sistema che funziona davvero oppure un’etichetta. Una policy di viaggio rigida, lenta, macchinosa, piena di limiti e senza margini di scelta può demolire in un mese tutto il “welfare percepito” costruito in un anno. Un dipendente non dimentica facilmente quando deve pagarsi un taxi di tasca sua perché non c’è un flusso chiaro, o quando perde ore su un rimborso spese, o quando viene mandato in un hotel lontano e rumoroso solo perché costa 15 euro in meno. Sono esperienze che restano.
Il business travel può essere stimolante… oppure una fonte di stress (dipende da come lo gestisci)
C’è una verità semplice che chi lavora con i viaggi d’affari conosce benissimo: la trasferta può essere un’esperienza stimolante oppure un incubo logistico. Dipende tutto da come viene gestita. Perché nella teoria il business travel è dinamico, arricchente, fatto di meeting, networking, nuove città, nuove opportunità. Ma nella pratica, se non c’è una buona governance, può diventare un ciclo ripetitivo di stanchezza: sveglia all’alba, volo in ritardo, check-in infinito, taxi, meeting serrati, hotel impersonale, cena veloce, computer acceso fino a tardi e rientro con valigia e testa piena.
Il punto è che lo stress da viaggio non è solo fisico. È mentale. È la sensazione di avere sempre tutto sulle spalle: prenotazioni, modifiche, budget, note spese, ricevute, fatture. Se un dipendente deve essere anche “travel manager di se stesso”, il viaggio smette di essere una missione lavorativa e diventa un carico aggiuntivo. E a lungo andare questo genera disaffezione. Non verso il viaggio in sé, ma verso l’azienda, che viene percepita come poco attenta e poco capace di organizzare.
Le aziende spesso parlano di “mettere le persone al centro”, ma nel business travel questa frase va dimostrata con scelte pratiche. La domanda diventa: stiamo facendo viaggiare i nostri dipendenti in modo sostenibile? Stiamo valorizzando il loro tempo? Stiamo proteggendo la loro energia? Stiamo riducendo l’attrito? Perché se ogni trasferta è una battaglia, prima o poi qualcuno decide che non vuole più combattere.
Travel policy “human-friendly”: non è un lusso, è gestione intelligente delle persone
Una travel policy moderna non può essere solo un documento che impone limiti. Deve essere una guida. Deve facilitare. Deve prevenire problemi. Deve costruire una cornice dentro cui la persona si muove bene. Il segreto sta nel creare un sistema chiaro ma non rigido, con regole comprensibili e margini di autonomia. Perché nel 2026 non ha senso trattare i dipendenti come “esecutori” mentre viaggiano: la trasferta è un contesto complesso e dinamico, e la rigidità spesso non fa risparmiare, ma fa solo arrabbiare.
La flessibilità negli spostamenti è un punto chiave. Consentire alternative, quando possibile, significa ridurre stress e migliorare performance. Un dipendente che può scegliere un orario più compatibile con la vita, o un mezzo più comodo, o una soluzione più efficiente, non è un dipendente “coccolato”: è un dipendente che arriva al meeting lucido e centrato. E una cosa è certa: un meeting andato male costa molto più di un biglietto leggermente più caro.
Lo stesso vale per la qualità dell’hotel e dei servizi. Dormire bene non è un optional. La distanza dalle sedi di lavoro, la comodità dei trasporti, la possibilità di fare colazione decente, una stanza silenziosa, una connessione stabile: sono dettagli solo sulla carta. Nella realtà sono fattori determinanti per lavorare bene. Ed è qui che le aziende più mature iniziano a ragionare per “costo totale” e non per “costo immediato”: risparmiare sull’hotel può essere una falsa economia se poi la persona lavora peggio e torna più stanca.
Infine, la tecnologia. Siamo entrati nell’era in cui la trasferta dovrebbe essere semplice come prenotare un treno da un’app. E invece spesso le aziende mantengono processi macchinosi, con approvazioni lente e strumenti non integrati. Ogni inefficienza si trasforma in stress e in perdita di tempo. La digitalizzazione del travel management non è un tema IT: è welfare. È riduzione del carico mentale. È cura organizzativa.
Verso un business travel più evoluto: il futuro è tra sostenibilità, tecnologia e bleisure
Quando guardiamo al futuro, una cosa è chiara: il business travel non tornerà “come prima”. Non solo perché il mercato è cambiato, ma perché è cambiata la mentalità dei dipendenti. Oggi la domanda implicita è: perché devo viaggiare? È necessario? È organizzato bene? È sostenibile?
Le aziende più avanzate stanno già rivedendo il concetto stesso di trasferta, spostandosi verso un modello più razionale e strategico. Da una parte cresce l’attenzione alla sostenibilità, e non solo ambientale: sostenibilità umana. Ridurre trasferte inutili è una scelta di efficienza, certo, ma anche di rispetto per il tempo delle persone. E quando si viaggia, si cercano soluzioni meno stressanti e più prevedibili. Anche qui, la sostenibilità coincide spesso con il benessere.
Dall’altra parte, cresce l’investimento in tecnologie smart: booking più veloci, strumenti integrati, gestione automatica dei cambi, assistenza personalizzata. Il travel management evolve verso logiche più simili alla customer experience: il business traveller viene trattato quasi come un cliente interno. E questa è una svolta culturale: quando un dipendente percepisce un’esperienza curata, sente che l’azienda lo considera davvero una risorsa.
Infine, il bleisure. Per anni è stato visto come una moda, quasi un capriccio. Oggi è una risposta reale a un bisogno di equilibrio. Se devo essere lontano da casa, se devo investire energie, allora voglio che quell’esperienza non sia solo “lavoro e stanchezza”. Consentire un’estensione del viaggio, in modo regolato e trasparente, può diventare una leva di engagement molto potente. E non serve essere un colosso internazionale per farlo: serve solo una policy chiara e intelligente.
Il welfare non è un reparto. È un modo di progettare l’azienda. È un’idea di lavoro che non brucia le persone, ma le sostiene. E nel momento in cui il business travel è parte della vita di tanti dipendenti, non può più essere gestito come un capitolo tecnico, separato dalla cultura HR e dal benessere. Un travel management orientato al welfare significa fare scelte più lungimiranti: investire in una policy chiara, in strumenti digitali solidi, in assistenza vera, in regole giuste e flessibili. Significa anche ascoltare i feedback dei viaggiatori, perché nessuna policy è perfetta se non viene aggiornata sulla base della realtà. E soprattutto significa capire che trattenere i talenti non passa solo da salario e carriera, ma anche da dettagli quotidiani che, sommati, costruiscono la qualità della vita lavorativa.
Le aziende che sapranno integrare welfare e gestione trasferte con un approccio più moderno, sostenibile e umano avranno un vantaggio competitivo reale. Perché oggi il business traveller non cerca solo comodità. Cerca rispetto del proprio tempo, della propria energia e della propria vita; in una parola il proprio benessere. E quando un’azienda riesce a dimostrarlo, la fidelizzazione non si costruisce con slogan: si costruisce con esperienze.
Foto di Julia Avamotive: https://www.pexels.com/it-it/foto/donna-che-tiene-un-palloncino-di-smiley-1236678/









