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ToggleQuanti passi al giorno fanno gli italiani? Non abbastanza. Come il Mobility Management e il PSCL possono combattere l’immobilità dei dipendenti con 15 minuti al giorno
La nostra vita quotidiana è un flusso talmente veloce che spesso ci impedisce di accorgerci di quanto siamo diventati immobili. Sveglia, caffè, auto o metropolitana fino alla scrivania, pranzo ordinato con un’app, un intero pomeriggio tra videochiamate, spesa a domicilio, serie TV sul divano e l’ultimo sguardo allo smartphone prima di addormentarci. Alla fine della giornata, quanti passi abbiamo fatto? Pochi, pochissimi, e a certificarlo è la scienza. ASICS ha lanciato il primo “Conservation Warning” globale dedicato al movimento, un vero e proprio allarme modellato su quelli utilizzati per la tutela delle specie a rischio, basato su una vasta ricerca internazionale condotta a luglio 2026 su trentaquattromila persone in trentuno Paesi. Il dato globale è chiaro: le persone dichiarano di trascorrere l’86% del tempo in cui sono sveglie senza muoversi. E in particolare, quanti passi al giorno fanno gli italiani? Come può un’azienda incrementare il benessere dei suoi dipendenti favorendone il dinamismo?
Cos’è il Movement Conservation Status: 87% degli italiani non si muovono
Per inquadrare il fenomeno, il progetto ha introdotto il Movement Conservation Status, sviluppato insieme al professor Brendon Stubbs e fondato su linee guida di autorità internazionali come l’Organizzazione Mondiale della Salute, Sport England, NHS England e le US Physical Activity Guidelines. La popolazione viene così divisa in tre categorie: chi fa almeno 150 minuti di attività fisica moderata o vigorosa a settimana è “attivo”, chi si ferma tra i 30 e i 149 minuti è “a rischio”, mentre chi scende sotto i 30 minuti è definito “in pericolo”. I risultati mondiali mostrano che oltre la metà della popolazione, precisamente il 53%, rientra nelle fasce di rischio o di pericolo, e quasi una persona su quattro (il 23%) si trova nella categoria peggiore, con meno di mezz’ora di movimento settimanale. Se il trend non cambia, entro il 2035 questa quota salirà al 56%, toccando circa 2,3 miliardi di adulti.
Purtroppo l’Italia non brilla per lungimiranza: gli italiani dichiarano di passare l’87% del tempo da svegli senza muoversi (un punto sopra la media globale) e oggi la metà della popolazione (il 50%) è a rischio o in pericolo, con una stima che toccherà il 55% — ben 27 milioni di adulti — entro il 2035. Il nostro Paese sconta abitudini casalinghe estreme: un italiano su tre (il 34%) afferma che potrebbe tranquillamente non uscire di casa per tre giorni o più, una percentuale che sale al 44% tra i giovani tra i diciotto e i ventiquattro anni. Inoltre, il 36% sbriga le commissioni online anziché di persona e il 36% socializza soprattutto al telefono o via videochiamata (quota che tra i giovani schizza al 46%).
L’impatto della sedentarietà su umore e stress
Il problema non riguarda soltanto i muscoli o la forma fisica, ma si riflette direttamente sul benessere psicologico. La ricerca ha misurato lo State of Mind, un indice da 0 a 100 basato su dieci dimensioni cognitive ed emotive. Chi è “in pericolo” si ferma in media a 60 punti, mentre chi è “attivo” raggiunge quota 71. Chi si muove poco accusa una percezione di minore energia del 23%, si sente il 20% meno calmo, il 17% meno concentrato e il 16% più stressato. Chi si muove molto meno rispetto a cinque anni fa precipita a quota 55, ben 17 punti sotto chi mantiene abitudini attive (72). Complessivamente, l’86% delle persone accusa sintomi attribuibili alla carenza di movimento, tra cui letargia al 37%, calo della motivazione al 33%, umore basso al 31%, peggioramento del sonno al 29% e aumento dello stress al 28%. Anche in Italia la forbice è netta: 59 punti per i soggetti “in pericolo” contro 71 per gli “attivi”. Chi resta chiuso in casa un’intera giornata si ferma a 55 punti (contro 73 di chi esce sempre) e ha una probabilità tripla di finire nella fascia “in pericolo” (51% contro 16%).
Giovani e Gen Z: i più sedentari in assoluto con il 57%
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, i più fermi non sono gli anziani, ma i ragazzi. A livello globale, il 57% dei diciotto-ventiquattroenni non raggiunge i livelli raccomandati di attività fisica, a fronte del 47% degli over sessantacinque. Il loro State of Mind è il più basso di tutte le fasce d’età (sessantadue contro settanta) e il 92% sperimenta almeno un effetto negativo, soprattutto calo della motivazione, umore basso e stress. Rispetto ai coetanei di dieci anni fa, i giovani odierni hanno il 40% di probabilità in più di trovarsi in pericolo. Il 46% passa lunghi periodi sdraiato a guardare contenuti o a scorrere lo schermo, il 39% trascorre molto tempo a letto con il telefono e due su cinque (41%) usano spesso l’intelligenza artificiale per compiti che prima facevano da soli (quattro volte in più rispetto agli adulti più anziani, fermi al dieci percento). In Italia lo scenario è analogo: il 56% dei giovani non si muove abbastanza, lo State of Mind scade a 59 e l’89% avverte effetti negativi, con il 40% che delega all’IA le proprie attività. Si registra inoltre un divario di genere: le donne hanno uno State of Mind inferiore agli uomini (sessantacinque contro sessantanove) e sono più spesso in pericolo (25% contro 20%), con le giovani donne tra i diciotto e i ventiquattro anni che registrano il punteggio più basso in assoluto (sessantacinque contro sessantacinque dei coetanei maschi).
La tecnologia ci vuole immobili? Il ruolo dell’ufficio
Se il movimento sta scomparendo, la responsabilità è dell’ambiente che abbiamo reso estremamente comodo. Quasi due persone su tre (il 64%) trovano facile passare giornate intere senza muoversi, e il 44% può restare in casa per tre giorni o più. La tecnologia accelera questo processo: il 46% fa acquisti online e il 39% socializza da remoto. Alla base della sostituzione del movimento ci sono lo smartphone (57%), i social network (53%), gli acquisti online (50%), le app di food delivery (43%) e lo smart working (43%). Purtroppo anche l’ambiente di lavoro tradizionale non aiuta: per il 52% dei lavoratori l’ufficio favorisce lo stare seduti e il 59% può passare gran parte della giornata senza camminare. A peggiorare le cose c’è il multitasking digitale: il 47% degli adulti usa abitualmente due o più schermi insieme, e tra i giovani si sale al 57%, alternando tv, PC e smartphone contemporaneamente.
La risposta del Mobility Management e il PSCL: bastano 15 minuti
La scoperta che bastano appena 15 minuti di movimento quotidiano per innescare un miglioramento misurabile dello stato mentale e contrastare i danni della sedentarietà offre ai Mobility Manager una chiave di lettura completamente nuova, trasformando il Piano Spostamenti Casa-Lavoro (PSCL) da mero obbligo burocratico a potente strumento di welfare aziendale. Se l’ufficio tradizionale e le abitudini digitali tendono a immobilizzare i lavoratori per ore, la pianificazione della mobilità d’impresa può diventare l’alleato numero uno della salute psicofisica del personale. Per tradurre questo obiettivo in realtà, il Mobility Manager può integrare nel PSCL una serie di azioni mirate che uniscono la sostenibilità ambientale alla promozione attiva della salute, incoraggiando i dipendenti a riappropriarsi di quel quarto d’ora di movimento quotidiano fondamentale per ritrovare energia e concentrazione.
Tra le leve più efficaci rientra senza dubbio l’incentivazione dell’intermodalità casa-lavoro. Spesso il pendolarismo viene vissuto come un tragitto passivo e stressante a bordo della propria auto o dei mezzi pubblici, ma può essere ridisegnato integrando tratti percorsi a piedi o in bicicletta. Prevedere accordi aziendali con operatori di bike sharing, offrire incentivi chilometrici per chi sceglie la mobilità dolce o favorire l’utilizzo di monopattini elettrici per coprire il cosiddetto “ultimo miglio” dalla stazione ferroviaria o dalla fermata del bus fino all’ingresso dell’ufficio rappresenta un modo eccellente per garantire ai dipendenti la dose giornaliera raccomandata di attività fisica. A supporto di questa transizione culturale, l’azienda deve fare la sua parte migliorando le infrastrutture interne: la realizzazione di parcheggi sicuri e coperti per le biciclette, l’installazione di spogliatoi attrezzati con docce e la fornitura di servizi di manutenzione periodica per i mezzi a due ruote eliminano gli ostacoli pratici che spesso frenano i lavoratori dall’abbandonare l’auto privata.
Parallelamente, il PSCL può evolversi attraverso l’introduzione di politiche di flessibilità oraria e spaziale intelligenti, capaci di spezzare la monotonia della giornata lavorativa sedentaria. Promuovere pause attive strutturate, incoraggiare camminate di quindici minuti durante la pausa pranzo o organizzare incontri e riunioni dinamiche “en plein air” quando la natura del lavoro lo consente sono piccoli accorgimenti che riducono drasticamente lo stress e il senso di letargia legati al multitasking davanti agli schermi. Inoltre, organizzare campagne di sensibilizzazione interne, magari ricollegandosi a iniziative globali come il Movement Conservation Project, permette di coinvolgere direttamente i team, trasformando il benessere in un obiettivo condiviso. In questo modo, il Piano Spostamenti Casa-Lavoro smette di essere solo una risposta alle direttive sulla riduzione delle emissioni inquinanti e diventa il cuore pulsante di un’azienda che sceglie di investire sul capitale umano, dimostrando che prendersi cura del movimento dei propri dipendenti significa, in ultima analisi, prendersi cura della loro felicità e del futuro dell’intera organizzazione.
Photo credit: https://kaboompics.com/















