Giornata della felicità: ecco quali sono i Paesi e le città più felici

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Ogni anno il 20 marzo si celebra la Giornata Internazionale della felicità. È stata istituita dall’Assemblea generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu) il 28 giugno 2012: «L’Assemblea generale […] consapevole che la ricerca della felicità è un scopo fondamentale dell’umanità , […] riconoscendo inoltre di un approccio più inclusivo, equo ed equilibrato alla crescita economica che promuova lo sviluppo sostenibile, l’eradicazione della povertà, la felicità e il benessere di tutte le persone, decide di proclamare il 20 marzo la Giornata Internazionale della Felicità».

Non è facile pensare all’idea di felicità al tempo del Covid ma nel mondo vengono condotte numerose ricerche sull’argomento. Del resto, nonostante tutto, è importante non perdere di vista il concetto di felicità e la speranza di tornare felici come prima.

Il World Happiness Report 2020: ambienti per la felicità

Tra le indagini sull’argomento, di recente è stato pubblicato l’ottavo Rapporto sulla felicità mondiale 2020, il World Happiness Report 2020, che traccia una fotografia della felicità nel mondo fino all’anno della pandemia, stilando una classifica di 156 Paesi in base a quanto i loro cittadini sentono di essere felici, con un particolare approfondimento su come gli ambienti sociali, urbani e naturali si combinano e influenzano la nostra felicità. Quali sono i Paesi e le città più felici del mondo? Ed è più felice chi abita in città oppure in campagna?

I Paesi più felici sono quelli nordici

In generale, la felicità nei Paesi nordici è più elevata. Il fattore principale che influenzano la valutazione da parte dei cittadini di Paesi come quelli del Nord Europa è la fiducia nelle persone e nelle istituzioni.

Le prime dieci posizioni

  1. Finlandia
  2. Danimarca
  3. Svizzera
  4. Islanda
  5. Norvegia
  6. Paesi Bassi
  7. Svezia
  8. Nuova Zelanda
  9. Austria
  10. Lussemburgo

Al primo posto della classifica c’è la Finlandia, che continua a occuparlo per il terzo anno consecutivo, seguita da Danimarca, Svizzera, Islanda, Norvegia, Paesi Bassi, Svezia, Nuova Zelanda, Austria, Lussemburgo e Canada. Al dodicesimo posto si trova l’Australia, poi Regno Unito, Israele, Israele e Costa Rica al quindicesimo. L’Italia si piazza trentesima, mentre negli ultimi posti si trovano Paesi con storie di instabilità politica, guerre, conflitti armati o recenti episodi di terrorismo, come il Burundi (140°), Zambia, Haiti, Lesotho, India, Malawi, Yemen, Botswana, Tanzania, Repubblica Centrafricana, Ruanda, Zimbabwe, Sud Sudan, e infine l’Afghanistan.

Le regioni con le valutazioni medie più alte sono la regione nordamericana e australiana, Europa occidentale, America Latina e Caraibi. Ma, sottolineano i ricercatori, Nord America e Australasia, che nella classifica ottengono sempre le valutazioni di vita più alte, mostrano una tendenza generale al calo dal 2007.

I primi venti Paesi sono gli stessi dell’anno scorso, sebbene ci siano stati spostamenti di classifica all’interno del gruppo. Nelle otto edizioni del Rapporto, quattro diversi paesi hanno occupato la prima posizione: la Danimarca nel 2012, 2013 e 2016, la Svizzera nel 2015, la Norvegia nel 2017 e adesso la Finlandia nel 2018, 2019 e 2020. Tutti precedenti detentori del primo posto sono ancora tra i primi cinque.

La vita nelle città

Circa 4,2 miliardi di persone, più della metà della popolazione mondiale (il 55,3 per cento), vive oggi nelle aree urbane. Entro il 2045, si stima che questa cifra sia destinata ad aumentare di 1,5 volte, superando i sei miliardi.

C’erano 371 città con più di un milione di abitanti all’inizio del secolo, nel 2000. Nel 2018 erano già 548 e le previsioni per il 2030 sono di 706 città con almeno un milione abitanti. Allo stesso tempo, il numero di cosiddette metropoli – città con più di dieci milioni di abitanti, la maggior parte delle quali si trova nel Sud del mondo – dovrebbe aumentare da da 33 a 43, con la crescita più rapida in Asia e Africa. Oggi, Tokyo (37,4 milioni), Nuova Delhi (28,5 milioni) milioni) e Shanghai (25,6 milioni di abitanti) sono le città più popolose del mondo.

Le città sono potenze economiche: oltre l’80% del Pil mondiale viene generato entro i loro confini. La più efficiente divisione del lavoro porta con sé vantaggi in termini di produttività, nuove idee e innovazioni, e quindi redditi e standard di vita più elevati. Spesso le città superano i loro Paesi in termini di crescita economica. Nelle città gli abitanti sono spesso più giovani e più istruiti che nelle aree rurali; hanno maggiori possibilità sul lavoro e meno probabilità di avere figli. Con la crescente urbanizzazione, entro il 2050 sette persone su dieci vivranno in città.

La rapida urbanizzazione, tuttavia, apre anche delle sfide, a partire dalla mancanza di opportunità abitative a prezzi accessibili, con quasi un miliardo di poveri che vivono in insediamenti informali nelle periferie, vulnerabili e spesso esposti ad attività criminali. Inoltre i livelli di inquinamento sono spesso pericolosi nelle città interne: secondo una stima, nel 2016, il 90% degli abitanti delle città ha respirato aria pericolosa: 4,2 milioni i morti a causa dell’inquinamento dell’aria. Ancora, le città rappresentano circa i due terzi del consumo energetico mondiale e generano oltre il 70% dei gas serra emesso nel mondo. Espansione urbana incontrollata e lo sfruttamento dei terreni contribuiscono alla perdita di biodiversità.

Foto di Wendy Wei da Pexels

Felicità urbana e nelle zone rurali

Il rapporto 2020 segna la prima volta in cui è stata analizzata la felicità della vita cittadina in tutto il mondo, mettendo a confronto le diverse città e le i risultati dell’indagine ottenuti da chi vive in altre aree della stessa nazione. A differenza di altre indagini, questa si basa sulle autovalutazioni dei residenti.

Le prime dieci posizioni:

  1. Helsinki – Finlandia
  2. Aarhus – Danimarca
  3. Wellington – Nuova Zelanda
  4. Zurigo – Svizzera
  5. Copenaghen – Danimarca
  6. Bergen – Norvegia
  7. Oslo – Norvegia
  8. Tel Aviv – Israele
  9. Stoccolma – Svezia
  10. Brisbane – Australia

I primi posti in classifica sono dominate dalle città scandinave: Helsinki (Finlandia) e Aarhus (Danimarca) sono prima e seconda, Copenaghen (Danimarca), Bergen e Oslo (Norvegia) quinta, sesta, e settimo. Stoccolma (Svezia) è nona. Quindi, più della metà delle prime dieci città più felici al mondo è situata in Scandinavia. Due delle prime dieci si trovano in Australia e Nuova Zelanda: Wellington, la capitale della Nuova Zelanda, è terza, e Brisbane (Australia), al decimo posto. Le uniche “outsider” sono Zurigo (Svizzera) e Tel Aviv (Israele).

Un primo aspetto che si nota osservando le classifiche, è che quella delle città e quella dei Paesi più felici sono sostanzialmente identiche; lo stesso vale per le città che chiudono l’elenco. Come prevedibile, le valutazioni della vita di città negli stessi Paesi è simile: ad esempio, le dieci grandi città degli Stati Uniti incluse nelle classifiche, si trovano tutte tra le posizioni 18 e 31 nell’elenco composto da 186 città.

In secondo luogo, nella maggior parte dei paesi, soprattutto in corrispondenza di livelli inferiori di felicità nazionale media, in città gli abitanti sono più felici di quelli che vivono fuori. Infine, la felicità urbana è minore e talvolta addirittura va in negativo nei Paesi al vertice della classifica della felicità. In sostanza, la felicità urbana media scende al di sotto della media della felicità rurale dopo un certo livello di sviluppo economico. La spiegazione di questo andamento secondo gli estensori del report è legata alle migliori condizioni economiche e alle maggiori opportunità nelle città nei paesi più poveri. Invece, il mondo occidentale può portare a una riduzione o a livelli medi di benessere nelle città.

In controtendenza rispetto ad altre parti del mondo, in diversi Paesi dell’Europa settentrionale e occidentale, del Nord America e dell’Australia-Nuova Zelanda, le popolazioni rurali più piccole hanno livelli medi di benessere più elevati rispetto a quelle urbane. Secondo i ricercatori, questo fenomeno può essere in parte spiegato dal fatto che nonostante le aree urbane più grandi abbiano percentuali più elevate di persone con istruzione superiore, i residenti che ce l’hanno sono ancora in minoranza: in confronto, è ancora molto più grande la maggioranza meno istruita che deve affrontare un costo della vita più elevato rispetto al proprio reddito, inclusa un’elevata percentuale di single a basso reddito (molti dei quali studenti) e fare una vita più complicata, ad esempio con spostamenti medi più lunghi. Ecco perché risultano livelli di benessere inferiori, coerenti con quanto già definito in altre ricerche il paradosso urbano.

Il report completo, in inglese, è disponibile cliccando qui.

La pandemia e la rivincita della campagna

Numerosi fattori nell’anno della pandemia hanno giocato a favore della campagna, a partire dal lockdown, che è stato più vivibile per chi disponeva di un giardino o abitava vicino a spazi aperti, e dallo Smartworking, che ha dato la possibilità alle persone di lavorare anche a grandi distanze dagli uffici e dagli agglomerati urbani più inquinati. In alcune città la fuga è stata più accentuata: come sottolineato in un articolo di Avvenire, durante il primo lockdown, Parigi, che vive un calo di abitanti da tempo, si è svuotata del 17% della sua popolazione, cioè di quasi 400mila persone.

Foto di Dominika Roseclay da Pexels

In Italia si è verificato il fenomeno del Southworking, neologismo ideato dalla palermitana Elena Militello per descrivere il ritorno dei lavoratori che si erano spostati dal meridione al nord per lavoro ma sono tornati a casa per lavorare in telelavoro: a novembre 2020 si parlava di 45 mila lavoratori.

Seppure sia evidente un ritorno di interesse per ritmi più sostenibili e sia anche prevedibile un proseguimento di parte dello Smartworking anche dopo la fine dell’emergenza Covid, non tutti sono convinti che quanto sta accadendo possa segnare un vero declino delle città. Per approfondire: Il futuro è ancora delle città-mondo. È troppo presto per decretare la fine delle metropoli.

Di certo, invece, la sostenibilità è ormai diventata una parola chiave centrale e imprescindibile: è la strada per la felicità.

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