L’analisi delle tariffe alberghiere più alte di HotelHub rivela rincari a due cifre in Europa e l’impatto dei grandi eventi in Italia
I primi mesi dell’anno hanno confermato un trend che sta mettendo a dura prova la tenuta delle travel policy aziendali. L’ultimo rapporto di HotelHub, basato sul monitoraggio di 1,78 milioni di transazioni globali effettuate tramite le principali Travel Management Company (TMC), evidenzia tariffe alberghiere più alte del 7,17% nel primo trimestre, parlando di media giornaliera (ADR) globale, assestandosi a una media di 189 dollari a notte. Questo balzo in avanti interrompe la fase di relativa calma che aveva caratterizzato l’anno precedente — quando la crescita si era fermata a un modesto 3,13% nell’intero 2025 e a uno stagnante 0,19% tra il Q1 2024 e il Q1 2025. Per i Travel Manager, il dato più allarmante arriva dall’Europa, vero epicentro dei rincari con una crescita media del 13,88% (pari a 175 dollari per pernottamento), trainata soprattutto da specifiche piazze finanziarie e dall’effetto dei grandi eventi.
Nonostante l’esborso economico richiesto sia notevolmente superiore rispetto al passato, i dati di HotelHub evidenziano un comportamento interessante da parte dei manager in trasferta: il livello delle strutture richieste non ha subito alcun downgrade qualitativo. Le prenotazioni negli hotel a cinque stelle sono addirittura cresciute, raggiungendo il 12,13% del totale, mentre i segmenti a quattro e tre stelle sono rimasti solidi e stabili, rispettivamente intorno al 45% e al 38%. Per bilanciare i budget senza sacrificare il comfort e la sicurezza del dipendente, le aziende hanno adottato una strategia di compressione temporale. La durata media del soggiorno è scesa da 2,5 a 2,43 giorni, una contrazione che ha permesso di limitare l’aumento della spesa complessiva per singola prenotazione al 4,62%. Questo dimostra come l’ottimizzazione del tempo sia diventata la prima linea di difesa contro il carovita alberghiero.
Il caso Italia: Milano vola oltre il 29% trainata dalle Olimpiadi
L’Italia rappresenta uno dei casi di studio più interessanti e polarizzati dell’intero rapporto HotelHub per il primo trimestre del 2026. Al di là del dato macroscopico su Milano, l’analisi del mercato italiano rivela dinamiche profonde su come i grandi eventi e la stagionalità stiano ridisegnando la mappa della spesa aziendale nel nostro Paese. Il balzo di Milano al +29,29% (da 195 a 314 dollari) non ha colpito solo l’area urbana della città metropolitana, ma ha generato un effetto domino su tutto il tessuto ricettivo della Lombardia e del Veneto. Le aziende che hanno dovuto inviare trasfertisti nel Nord Italia durante i primi mesi dell’anno hanno dovuto fare i conti con tariffe gonfiate e disponibilità quasi azzerate, non solo nei centri d’affari ma anche nelle strutture dell’hinterland.
Questo ha costretto molti Travel Manager a rivedere temporaneamente i tetti di spesa delle travel policy per la tratta milanese, per evitare il blocco totale delle attività commerciali. Mentre Milano ha registrato un’impennata record a causa della pressione mediatica e sportiva, altre piazze storiche del business travel italiano come Roma e Torino hanno mostrato una crescita più allineata alla media europea o legata ai flussi turistici tradizionali. Questo divario interno dimostra che l’inflazione alberghiera in Italia non è stata uniforme: le aziende hanno dovuto affrontare un mercato “a due velocità”, dove la pianificazione di una trasferta a Milano richiedeva sforzi di budget e di anticipo della prenotazione nettamente superiori rispetto a un viaggio d’affari nella Capitale.
Per contrastare i picchi tariffari di Milano, le aziende italiane hanno sfruttato in modo massiccio l’alta velocità ferroviaria. Molti trasfertisti hanno trasformato i soggiorni di due giorni in trasferte in giornata (ad esempio sulla tratta Roma-Milano o Torino-Milano), partendo la mattina presto e rientrando la sera stessa. Questo ha permesso di azzerare la spesa per il pernottamento da 314 dollari, spostando l’investimento sul trasporto. Inoltre, l’integrazione di queste dinamiche nel PSCL (Piano Spostamenti Casa-Lavoro) ha spinto molte realtà a convertire i meeting interaziendali in modalità virtuale o in smart working sicuro, limitando gli incontri di persona solo alle trattative commerciali non rimandabili.
Il Regno Unito e la decentralizzazione dei viaggi d’affari
A Londra, la tariffa alberghiera media giornaliera (324 dollari) ha raggiunto livelli critici, allineandosi quasi ai costi di Milano durante il picco olimpico. Questa cifra posiziona la capitale britannica come una delle città più care al mondo per il turismo d’affari nel 2026. La flessione delle prenotazioni del 5,24% a Londra non indica che le aziende abbiano smesso di fare business nel Regno Unito, ma che stanno applicando un severo filtro all’invio di trasfertisti nella City, limitandolo solo ai viaggi strettamente necessari e non rimandabili. Il balzo del +9,30% delle prenotazioni a Manchester consolida la città come la principale alternativa economica del Paese. Con un costo medio di 160 dollari, Manchester non è solo attraente per il prezzo dimezzato rispetto a Londra, ma anche per la sua forte infrastruttura tecnologica e industriale. Molte aziende multinazionali con sede nel Regno Unito stanno deliberatamente spostando i loro meeting interni, i corsi di formazione del personale e i raduni aziendali dai centri congressi londinesi alle strutture di Manchester, ottenendo un risparmio drastico sul budget complessivo del viaggio.
Anche nel Regno Unito si riflette perfettamente il trend globale: i viaggiatori d’affari britannici non scendono di categoria (mantenendo salde le prenotazioni nei segmenti a 4 e 3 stelle), ma riducono la permanenza. Il classico viaggio d’affari di tre giorni a Londra si è trasformato in una trasferta “toccata e fuga” di uno o due giorni al massimo, concentrando gli appuntamenti in un’unica serratissima agenda giornaliera per evitare il costo del pernottamento supplementare.
Geopolitica e mercati internazionali: l’impatto dei conflitti sui flussi di viaggio
Fino a febbraio 2026, città come Dubai e Abu Dhabi si confermavano tra i principali crocevia mondiali per i viaggi d’affari, gli investimenti finanziari e i congressi internazionali. L’apertura delle ostilità su larga scala ha causato un crollo istantaneo del 77% delle prenotazioni alberghiere negli Emirati Arabi Uniti nel solo mese di marzo. Questo dato evidenzia la rapidità con cui le multinazionali attivano i protocolli di Duty of Care (dovere di protezione): di fronte al rischio dello spazio aereo e alla minaccia missilistica, le aziende hanno cancellato o congelato ogni trasferta non vitale verso il Golfo, svuotando di fatto gli hotel executive della regione. Il blocco dei viaggi nel Golfo non ha fermato gli affari globali, ma li ha ricollocati geograficamente. Il report fotografa una vera e propria fuga verso mercati percepiti come geopoliticamente stabili, sicuri e distanti dai teatri di conflitto:
- Cina (+4,20%) ha visto un ritorno di fiamma dei viaggiatori d’affari, ponendosi come hub alternativo e sicuro per gli scambi commerciali dell’area APAC (Asia-Pacifico), drenando parte dei flussi che prima transitavano per il Medio Oriente.
- Canada (+5,16%) e Australia (+4,30%) hanno registrato un netto incremento dei volumi, beneficiando della loro posizione isolata e della solida stabilità istituzionale.
Negli Stati Uniti, la reazione alla crisi geopolitica si è manifestata con una forte contrazione dei volumi di prenotazione (-12%), nonostante l’aumento delle tariffe medie a 226 dollari. Il mercato americano ha reagito con estrema prudenza all’incertezza globale, registrando una perdita di spesa alberghiera superiore ai 27 milioni di dollari. Le aziende statunitensi hanno preferito tagliare i viaggi internazionali e ottimizzare quelli interni, congelando i budget in attesa di capire l’evoluzione del conflitto e l’impatto sul costo del carburante aereo.
L’importanza di una gestione adattiva per i Mobility Manager
Le considerazioni di Paul Raymond, Chief Commercial Officer di HotelHub, sottolineano come l’attuale instabilità richieda un cambio di passo nella gestione delle trasferte. Il mondo degli affari non si sta fermando, ma sta imparando a viaggiare in modo più intelligente attraverso la redistribuzione geografica e temporale dei budget. Per i Mobility Manager, l’analisi di questi dati evidenzia la necessità di una Travel Policy dinamica capace di rimodulare i tetti di spesa in base alle reali condizioni delle città di destinazione.
La crisi geopolitica attuale dimostra infatti che i programmi di viaggio moderni non possono più basarsi su previsioni annuali rigide. Un evento bellico a migliaia di chilometri di distanza può reindirizzare milioni di viaggiatori in mercati alternativi nel giro di 48 ore, saturando gli hotel di destinazioni come Toronto o Sydney e facendone impennare i prezzi. Per questo motivo, la geopolitica è diventata una variabile fondamentale della Travel Policy: le aziende oggi integrano i software di prenotazione con sistemi di intelligence sul rischio in tempo reale, per essere pronte a bloccare le rotte a rischio e a riallocare i budget verso aree stabili senza interrompere la continuità del business.
Integrare queste fluttuazioni all’interno dei sistemi di prenotazione aziendali e coordinarle con il PSCL (Piano Spostamenti Casa-Lavoro) territoriale consente di evitare lo scoraggiamento del personale o, al contrario, l’esplosione incontrollata dei costi. La flessibilità logistica, unita all’uso di strumenti digitali avanzati, rappresenta l’unica via per garantire trasferte efficienti, sicure e sostenibili dal punto di vista finanziario in un mercato globale che si conferma volatile e imprevedibile.
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Photo credit: The 7 hotel Lisbon












