Share This Post

Travel Risk Management

Quando e come garantire la sicurezza dei viaggi di lavoro quando il traveller è LGBTQ+

Se la sicurezza è una priorità assoluta per ogni viaggiatore, va da sé che il duty of care dovrebbe applicarsi a tutti i dipendenti quando viaggiano per lavoro.

Fatta questa doverosa premessa, ci chiediamo se possiamo classificare i viaggiatori d’affari tutti nello stesso modo. Chi si muove per una trasferta all’estero ha necessità diverse per quanto concerne la sicurezza? E se sì quali possono essere i rischi per un viaggiatore LGBTQ?

Daniela Valenti, Global Project Manager di Pyramid Temi Group, società di servizi di Travel Risk Management e Corporate Intelligence.

Lo abbiamo chiesto a Daniela Valenti, Global Project Manager di Pyramid Temi Group, società di servizi di Travel Risk Management e Corporate Intelligence.

“Nel complesso, viaggiare come viaggiatore LGBTQ+ non è molto diverso da qualunque altro viaggiatore. Tuttavia, i viaggiatori LGBTQ+ si trovano spesso di fronte a una moltitudine di problemi di sicurezza e persino legali quando visitano determinati paesi. Secondo l’International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association, 70 paesi continuano a criminalizzare le relazioni omosessuali, questi includono destinazioni commerciali sempre più impegnate in Asia e in Medio Oriente”.

Che cosa bisogna tenere in considerazione quando si manda un viaggiatore d’affari LGBTQ+ in trasferta?

“Oltre alle barriere legali, ci sono alcuni fattori di cui le organizzazioni devono essere consapevoli, come ad esempio: atteggiamenti della società, tassi dei crimini di stampo razzista, recenti proteste contro i progressi nell’eguaglianza legale, etc.

Ricordiamo, per esempio, il caso del Brunei che all’inizio di aprile ha introdotto leggi penali molto rigide; tra queste era prevista addirittura la pena capitale nei confronti di gay con la lapidazione. Base di questa normativa sarebbe la sharia islamica. il Sultano del Brunei ha poi fatto retromarcia a seguito di proteste internazionali molto intense”.

Quali sono gli altri rischi per un viaggiatore LGBTQ+ in certi Paesi?

“Nei paesi che non hanno leggi antidiscriminazione, il personale LGBTQ+ potrebbero essere rifiutati da alcuni alloggi o impossibilitati ad accedere ad alcuni servizi assegnati per genere e addirittura essere a rischio di molestie anche da parte delle autorità.

L’accettazione della diversità può variare drasticamente non solo da paese a paese, ma in diverse regioni dello stesso paese e anche all’interno dello stesso ambiente lavorativo. Mentre una determinata azienda può aver sviluppato una cultura aziendale che incoraggia la diversità, i fornitori o le filiali in altre parti del mondo potrebbero non condividere tale cultura.

È importante tenere presente che, in qualità di viaggiatore LGBTQ+, l’atteggiamento di una destinazione verso la comunità LGBTQ+ è un fattore importante da considerare. Le esperienze per i viaggiatori LGBTQ+ possono variare a livello globale, quindi è importante avere una comprensione di dove si sta viaggiando.

Insomma, devono essere fatte considerazioni speciali”. 

Dato che non ci sono mai due viaggiatori uguali, come si può proteggere le persone che viaggiano con bisogni diversi, in modo da non farli sentire diversi? E quali suggerimenti si sente di dare per la realizzazione di una Travel Policy che consideri la diversità di genere?

“Ognuno ha fattori di rischio personali basati su caratteristiche come razza, genere, sessualità ed esperienza di viaggio. Una società che si nasconde dietro una policy aziendale generica che “tutti sono uguali” sta semplicemente evitando l’argomento, perché la taglia unica non va bene per tutti, specialmente in termini di travel security. Il vero supporto per una forza lavoro diversificata può verificarsi solo quando le policy aziendali, chi ha potere decisionale, dirigenti e dipendenti parlano apertamente e francamente di ciò di cui ogni individuo ha bisogno per svolgere il proprio lavoro in sicurezza.

Purtroppo, a volte è più facile non parlarne e l’azienda non può certo chiedere chi sono i dipendenti LGBTQ+ e comunque in ogni caso è necessario preservare il diritto all’anonimato.

Che cosa suggerisce?

“Cerchiamo di fornire le informazioni in anticipo in modo che nessuno debba rivelarci ciò che forse non vuole condividere, rendendo disponibili le informazioni sui potenziali rischi a tutti indistintamente.

Fornendo anche risorse alle quali attingere per informarsi in autonomia, in questo modo troveranno già molte risposte alle loro domande, ma rimane pur sempre una divulgazione facoltativa”.

In termini di formazione, che cosa pensa sia oggi necessario per garantire maggiore sicurezza ai viaggiatori LGBTQ+?

“Gli addetti ai viaggi, così come i Travel Manager all’interno dell’azienda dovrebbero essere formati su come supportare i colleghi LGBTQ+. Importante avere un punto di contatto primario che sa come assistere in modo efficiente anche in caso di emergenza. Ad esempio, sarebbe utile avere una figura all’interno dell’organizzazione, sensibile alle esigenze LGBTQ+, al quale i dipendenti si possano rivolgere se non si sentono a proprio agio ad affrontare una trasferta in qualche paese “unfriendly” o magari non sanno come comunicarlo ai superiori. Il dipendente che rifiuta di effettuare una trasferta perché si sente “a rischio” nel paese di destinazione, non dovrebbe essere penalizzato.

A questo proposito è importante la percezione che i dipendenti hanno riguardo all’impegno e l’attenzione che l’azienda ha per questi temi e per tutto il travel risk.

Tutti i viaggiatori e i dipendenti devono essere informati su come le loro azioni potrebbero inavvertitamente aumentare i rischi per i colleghi LGBTQ+. Ad esempio, in alcune destinazioni, mostrare supporto a un collega LGBTQ+ potrebbe mettere a rischio entrambe le persone. E molto importante durante la fase di formazione del personale affrontare scenari con tutti i tipi di profili di viaggiatori in modo da aumentare la consapevolezza e la preparazione alle trasferte”.

Perché così tanta discriminazione a suo parere?

“Qualsiasi discriminazione, razziale, sessista che sia, non è altro che sfruttamento e manipolazione dell’ignoranza.

È paradossale, ma la persona che discrimina non è necessariamente cattiva. È solo ignorante e viene spesso manipolata.

Quando si viaggia in luoghi, ove il rischio di ignoranza manipolata è alta, bisogna, purtroppo, abbandonare qualsiasi comportamento alla Don Chisciotte e cercare di assumere un profilo accettabile.  Un occhio di riguardo anche alla presenza nel mondo del web e dei social media che raccontano “tutto” e questo può esporci a a rischi inconsapevolmente; basta applicare il buon senso e tenere il social media footprint il più “low profile” possibile”.

Quando un viaggiatore LGBTQ dovrebbe rinunciare ad intraprendere un viaggio di lavoro?

Il traveller ha il compito, pragmatico, di svolgere il proprio lavoro e tornare a casa sano e salvo.

Perciò se non è in grado di assumere un profilo consono al luogo visitato, è meglio rinunciare.

Vorrei concludere precisando che avere policy aziendali che favoriscano l’integrazione e la diversità sono vitali e consentono a un’organizzazione di rafforzare il duty of care per tutti i viaggiatori, così come ad ampliare la cultura aziendale.

MAPPE  Aree Geografiche Travel Risk Management di Pyramid Temi Group

 

Share This Post

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>